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Il ragazzo che alzò gli occhi dallo schermo

2026-07-27 21:52

Pino Serrao

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Il ragazzo che alzò gli occhi dallo schermo

Un pallone, un vecchio campo di periferia e un incontro destinato a cambiare tutto

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Una sera d'estate a Polistena (RC).

 

Ascoltare Francesco Repice rivolgersi ai più giovani con un invito tanto semplice quanto profondo “Siate felici correndo dietro a un pallone” è, per chi porta con orgoglio qualche capello bianco, un'emozione difficile da descrivere.

 

Quelle poche parole hanno il potere di riaprire il cassetto dei ricordi, di riportare indietro nel tempo, quando bastava un pallone, un pezzo di strada o un prato qualsiasi per sentirsi davvero liberi.

 

Fanno riaffiorare il desiderio di tornare bambini, di inseguire un sogno senza paura e senza limiti, con il sorriso stampato sul volto e il cuore colmo di speranza.

 

È proprio da quell'emozione, tanto autentica quanto universale, che nasce questo breve racconto.

 

IL RAGAZZO CHE ALZÒ GLI OCCHI DALLO SCHERMO

 

A Rocca d’Aspromonte (nome di fantasia) il campo di calcio si trovava alla fine di una strada in salita.

Non aveva tribune, spogliatoi moderni o riflettori. C’erano soltanto due porte sgangherate ed arrugginite dal tempo, qualche ciuffo d’erba spelacchiato qua e là in mezzo alla terra e una rete rattoppata con dello spago.

 

Un tempo, però, quel campo era stato il cuore del paese.

I ragazzi vi arrivavano subito dopo la scuola, lanciavano gli zaini dietro una porta e cominciavano a giocare. Restavano lì fino a quando il sole spariva dietro le montagne e le madri, affacciate ai balconi, iniziavano a chiamarli per la cena.

Adesso il campo era quasi sempre vuoto.

 

I ragazzi stavano seduti sui gradini della piazza, uno accanto all’altro, ma ciascuno chiuso dentro il proprio telefonino. Guardavano video di gol, finte, dribbling e campioni celebrati in ogni parte del mondo. Conoscevano le esultanze dei grandi calciatori, le loro scarpe, le automobili, gli stipendi e perfino il numero dei loro seguaci sui social.

 

Eppure, un pallone vero, da quelle parti, rotolava sempre meno.

Tra quei ragazzi c’era Michele, tredici anni, gambe magre e occhi scuri.

Sul telefonino era imbattibile. Con un dito riusciva a far segnare qualsiasi squadra. Sapeva scegliere moduli, acquistare campioni e vincere campionati virtuali.

 

Nella vita reale, però, Michele aveva smesso di giocare.

Quando era più piccolo correva dietro a qualsiasi cosa avesse una forma rotonda: palloni sgonfi, arance cadute dagli alberi, gomitoli di carta. Poi, crescendo, aveva cominciato a vergognarsi.

Gli altri erano più alti, più forti, più veloci. Qualcuno rideva quando sbagliava un passaggio. Così Michele aveva deciso che fosse meglio guardare gli altri giocare.

Dietro uno schermo non si cadeva. Non ci si sporcava. Non si sentivano le risate degli altri.

E soprattutto non si perdeva mai davvero.

 

Un pomeriggio d’agosto, mentre il paese era immobile sotto il caldo, il telefonino di Michele si spense.

La batteria era scarica.

Il ragazzo lo scosse, premette più volte il tasto laterale, cercò inutilmente una presa nella piccola baracca vicino alla piazza. Poi, infastidito, cominciò a camminare senza una meta.

Arrivò davanti al vecchio campo.

Dentro c’era un uomo anziano che cercava di sistemare meglio la rete rattoppata. Si chiamava Vincenzo ma tutti lo conoscevano come Cecé. Per quarant’anni aveva fatto il muratore e, nel tempo libero, aveva allenato generazioni di ragazzi.

 

Hai perso qualcosa?” gli chiese, vedendolo fermo dietro la recinzione.

No.

Allora forse sei venuto a trovare qualcosa.

Michele non capì.

 

Cecé raccolse un pallone scolorito e glielo lanciò. Il ragazzo lo fermò male: la palla gli passò sotto il piede e andò a sbattere contro una cassetta nella quale Cecé aveva degli attrezzi e della corda.

L’anziano sorrise.

Il telefonino non ti ha insegnato a stoppare il pallone?

Michele abbassò lo sguardo.

Io so giocare.

Me ne sono accorto.

Una volta giocavo.

Questa è la frase preferita di chi ha smesso di provarci.

 

Michele avrebbe voluto andarsene, ma quelle parole lo trattennero.

Cecé si sedette sulla cassetta di legno e indicò il pallone.

Sai che molti grandi campioni hanno cominciato senza avere quasi nulla? Alcuni giocavano per strada, altri sulla terra, altri ancora con palloni costruiti usando stracci e giornali. Non avevano scarpe costose. Non avevano persone che filmavano ogni loro gesto. Avevano fame.

Fame di che cosa?

Di diventare ciò che sentivano di poter essere.

 

L’anziano raccolse una manciata di terra e la lasciò scivolare lentamente tra le dita.

Un ragazzo può nascere lontano dagli stadi più importanti. Può vivere in un quartiere povero, in una casa piccola o in un paese dimenticato dalle cartine. Ma nessuno può decidere quanto grande debba essere il suo sogno.

Michele guardò il campo.

Io non diventerò mai un campione.

Forse no.

La risposta lo sorprese.

Cecé continuò:

Ma questo non è un buon motivo per non giocare. Non tutti quelli che corrono diventano campioni olimpici. Non tutti quelli che studiano diventano scienziati famosi. Non tutti quelli che cantano riempiono gli stadi. Eppure, correre, studiare e cantare possono rendere migliore una vita.

Poi indicò il suo petto.

Il calcio, prima di portarti da qualche parte, deve riportarti qui dentro.

 

Quella sera Michele tornò a casa con le ginocchia impolverate.

Aveva calciato il pallone per quasi un’ora. All’inizio aveva sbagliato tutto. Il fiato gli mancava, le gambe erano pesanti e il sudore gli scendeva sulla fronte.

Quando entrò in cucina, sua madre lo guardò sorpresa.

Che ti è successo?

Michele si accorse che stava sorridendo.

Niente. Ho giocato.

 

Il giorno dopo tornò al campo.

E tornò anche quello successivo.

Cecé gli faceva correre il perimetro, palleggiare contro il muro, tirare prima con il destro e poi con il sinistro. Michele cadeva, si rialzava, sbagliava e riprovava.

Ogni tanto si arrabbiava.

Non ci riesco!

Cecé rispondeva sempre nello stesso modo:

Non ci riesci ancora.

 

Dopo qualche giorno, al campo arrivarono altri ragazzi.

All’inizio restavano fuori dalla rete e osservavano. Poi, qualcuno mise il telefonino in tasca e chiese di poter giocare. Un altro portò un pallone nuovo. Un altro ancora arrivò con le bottiglie d’acqua.

In poco tempo, il campo tornò a riempirsi di voci.

Non c’erano dirette, filtri o replay.

C’erano passaggi sbagliati, rincorse, spinte, risate e discussioni. C’erano magliette bagnate di sudore e scarpe ricoperte di polvere. C’erano ragazzi che tornavano a casa stanchi, ma con gli occhi accesi.

 

Michele non era il più forte.

Non era neppure il più veloce.

Aveva, tuttavia, imparato a non nascondersi.

Quando sbagliava un passaggio, continuava a correre. Quando perdeva il pallone, cercava di riconquistarlo. Quando cadeva, si rialzava senza aspettare che qualcuno interrompesse il gioco.

 

Un pomeriggio, Cecé organizzò una partita contro la squadra di un paese vicino per la successiva domenica.

Per Michele era la prima vera partita.

La sera precedente non riuscì a dormire. Continuava a immaginare di sbagliare davanti a tutti. Prese il telefonino e cominciò a guardare video di grandi campioni.

Vide gol meravigliosi, stadi pieni e coppe alzate al cielo.

Poi si fermò.

Si domandò quante volte quegli uomini fossero caduti prima di arrivare fin lì. Quante partite avessero perso. Quanti tiri avessero sbagliato quando nessuno li conosceva. Quanto sudore avessero versato lontano dalle telecamere.

Spense il telefono e lo appoggiò sul comodino.

 

Quella domenica il campo era circondato da genitori, amici e bambini.

A pochi minuti dalla fine, il risultato era ancora fermo sullo zero a zero. Michele aveva corso tantissimo, ma aveva toccato pochi palloni.

Poi un compagno recuperò palla e la lanciò in avanti.

Michele partì.

Per un momento gli sembrò di essere tornato il bambino che correva dietro alle arance cadute dagli alberi. Non sentiva le grida, non vedeva le persone intorno al campo. C’erano soltanto lui, il pallone e la porta.

Il difensore lo raggiunse.

Michele avrebbe potuto tirare, ma vide un compagno libero sulla sinistra.

Gli passò il pallone e il compagno segnò.

Tutti corsero ad abbracciarlo.

 

Michele rimase qualche secondo fermo, piegato sulle ginocchia. Il cuore batteva così forte da fargli male. La maglietta era incollata alla schiena, le gambe tremavano e aveva una piccola ferita sul gomito.

Cecé, dalla panchina, gli gridò:

Allora, era meglio giocare con un dito?

Michele scoppiò a ridere.

Non aveva segnato.

Il suo nome non sarebbe comparso su nessuna pagina. Nessuno avrebbe realizzato un video sulla sua giocata.

Eppure, non si era mai sentito così importante.

 

Quella sera attraversò il paese con il pallone sotto il braccio. Era stanco, sporco e completamente felice.

Quando arrivò a casa, il telefonino era sul tavolo.

Lo schermo si illuminò: messaggi, video, notifiche.

Michele lo guardò per qualche secondo.

Poi, lo lasciò lì.

Prese il pallone e uscì sul balcone. In strada vide due bambini che cercavano di costruire una porta usando gli zaini.

Possiamo giocare con te?” gli chiesero.

Michele scese.

 

Gli anni passarono.

Non diventò famoso come i campioni che aveva guardato sul telefonino. Non giocò una finale mondiale e non sollevò coppe davanti a migliaia di persone.

Il calcio gli aveva insegnato a lavorare, a perdere senza arrendersi, a rispettare i compagni e gli avversari. Gli aveva insegnato che un obiettivo non si raggiunge solo immaginandolo, ma muovendo ogni giorno un passo nella sua direzione.

E soprattutto gli aveva insegnato una cosa che non dimenticò mai: la felicità non è guardare la vita degli altri attraverso uno schermo.

La felicità è entrare nella propria vita. È correre anche quando manca il fiato. È cadere sulla terra e rialzarsi. È sentire il sudore scendere sul viso e sapere di aver dato tutto. È tornare a casa con le gambe stanche, le scarpe sporche e il cuore leggero. Perché i sogni non hanno bisogno di una connessione. Hanno bisogno di spazio. Di tempo. Di coraggio.

E qualche volta hanno soltanto bisogno di un ragazzo che posi il telefonino, alzi finalmente gli occhi e cominci a correre dietro a un pallone.

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